Presente Infinito / Saggio / Marcello De Masi

Solo, verrai alla luce

Solo, percorrerai le vie del mondo

Solo, la tua luce potrà brillare

Solo, ti spegnerai

Ma solo nell’Altro sarai veramente nato

Ma solo con l’Altro potrai essere al centro dell’Infinito

solo nell’Altro la tua luce lascerà una traccia

per chi come te Solo, nascerà ancora

E l’incontro tra te, il mondo e l’Altro

continuerà a venire alla luce

 
 

Presente Infinito ci è sembrato il giusto accoppiamento di parole che potesse restituire con verità lo spirito e lo sguardo che ci lega e che è alla base del nostro camminare insieme. Questo titolo è uno specchio di alcune peculiarità dell’immagine ottica, forma espressiva che noi tutti utilizziamo, e di un certo modo di pensare l’arte: da un lato l’enfatizzazione sul rapporto che si instaura con il “Tempo” e con il “Divenire”, e come verrà spiegato meglio più avanti con la morte e con la vita, quindi la possibilità di rilevare dal flusso di istanti che scorrono, uno di essi e “restituirlo al presente”, cioè rappresentare, e farlo permanere, nella forma; già di per sé l’atto di mostrare un istante, che di solito sfuggirebbe alla contemplazione morendo e svanendo, è la più semplice dimostrazione di come la fotografia possa mostrare l’invisibile. Dall’altro il tentativo di anelare la profondità di quell’istante, rivelarla: esser coscienti dell’insondabilità e inconoscibilità totalizzante del reale, e quindi il forte atto di riduzione che ogni autore con la propria opera compie; così nell’immagine traspare la riflessione su questa condizione, e il tentativo è quello di restituire con potenza la propria visione, tale da “commuoversi” davanti alla consapevolezza che c’è sempre qualcosa di più grande dell’uomo, come la bellezza, come l’amore che ci muove. Questo può essere il modo con cui nel finito si manifesta l’infinito, nel visibile l’invisibile, nel noto l’ignoto, nel calcolo l’incalcolabile.

Considerando entrambi gli aspetti di questo “Presente” invisibile, “il ruolo dell’arte è nell’inserirsi in quell’interstizio del tempo e dello spazio <<giocando>> con la memoria. […] Vorremmo farlo apparire, il Presente. Trasformare con l’arte il divenire – che è la veste con cui l’inapparente presente si maschera – nell’immagine: ecce imago”1. 
Ma a partire dalla consapevolezza di una sensibilità in comune, questo è un modo di stare insieme, ed “evitare un certo spirito culturale ed artistico che porta a porsi al di là o contro ogni genealogia; ma non solo, riteniamo anche fondamentale, tra coloro che vivono uno stesso tempo, creare collaborazione e comunione, superare il pensiero della competitività come unica strada e un certo spirito personalistico; recuperiamo uno spirito collettivo di azione concreta e fratellanza, […] crediamo in una necessaria dimensione dialogica; attenzione che non stiamo affermando che non serva la solitudine, anzi, parliamo d’altro, della concezione che un uomo basti a se stesso; crediamo nella collaborazione”2. 
Ed è insieme, nel buio di una sala cinematografica (cinematografo che un tempo i napoletani chiamavano “[…] ‘o mbruoglio int’o lenzulo […]”3 -l’imbroglio nel lenzuolo-, definizione usata per non ingarbugliarsi con la complessa parola italiana, e che contemporaneamente pone una condizione epistemologica notevole ed affascinante che appartiene all’immagine ottica), vedendo il magico film “L’Arte della Felicità” di Alessandro Rak del 2013, che rimanemmo folgorati dall’accoppiamento di quelle due parole che avremmo poi scelto per la nostra avventura; guardando le scene di quest’opera incontrammo queste parole: “ […] quando frugo nel presente trovo questo presente, questo qui, questo momento […]. Questo presente infinito. Luminoso.”4. 

Nell’ascoltarle, subito ci guardammo, colpiti al centro da quella “[…]strana dicotomia tra “PRESENTE” ed “INFINITO”, che altro non sono che due forme verbali della lingua italiana, una che indica un’azione che si sta svolgendo (nel presente, appunto (o anche può indicare azioni usuali o assolutizzate, che collegano varie “ere” temporali)) e l’altra che introduce ad un atteggiamento e a un azione sospesi nel tempo (quello infinito)”5. 
Fondamentale e necessario è il non invertire l’ordine delle due parole, inversione dalla quale ne deriverebbe un totale stravolgimento del senso. Attenzione infatti che in questa sede (progettuale e spirituale) non si sta parlando assolutamente di uno schiacciamento sul presente o sul vivere solo il presente, la nostra posizione “[…]è all’opposto di uno dei più angoscianti connotati del nostro tempo, quello dell’eterno presente, la fase decadente di una transizione in atto in cui il passato perde il suo valore ispiratore del cambiamento e della rinascita, ed il futuro di conseguenza smette di essere una promessa”6.

Questo ruolo di connessione dei tempi e degli spazi, che l’immagine ottica pone in essere, è direttamente collegabile al concetto di Nostos: “[…] la fotografia ha reso <<memorabili>> non solo i <<soggetti>> via via fotografati ma con essi anche gli atti fotografici, gli <<scatti>>, che fanno assurgere a <<luoghi>> della memoria i <<qui>> ed <<ora>> delle soste, degli appostamenti, delle riprese, i <<dove>> e i <<quando>>, ai quali le immagini riconducono in un processo di ritualizzazione, […] a un livello più radicale Nostos, il ritorno, costituisce l’anima dell’evento fotografico, l’essenza intima dell’incontro/scontro di una coscienza e di una realtà, cosciente o materiale, entro la cui datità si fa strada, proprio in quel vuoto che anela all’infinito, l’epifania di un’immagine densa, emozionale, significante, quasi l'<<ombra>> di un archetipo”7. Importante specificare che ciò che la fotografia rende memorabile oltre ai soggetti, cioè i “qui ed ora” ed i “dove e i quando”, possono essere anche delle coordinate non fisiche ma appartenenti ad un paesaggio interiore, ad un paesaggio dell’Io, o del Sé: luoghi della memoria del tutto personali, moti dell’animo che portano con essi tutta l’eredità di un mondo con umiltà, rispetto e curiosità percepito ed esperito; processi di ritualizzazione dunque che riconducono a “soste, appostamenti, riprese” all’interno del proprio essere ed esserci, della propria memoria, del proprio spirito, e che quindi possono avere valori di senso molto più ampi. 
Così come imprescindibile è comprendere da questa citazione che il senso di “Nostos” a cui si fa riferimento non è solamente quello specifico del rapporto con il tempo (spazio) e con il passato, ma anche con “l’ombra di un archetipo”, come ben specificano le ultime parole della citazione stessa: si sta parlando del “ritorno” ad un principio più grande dell’uomo stesso, o comunque inafferrabile nella sua totalità, come la bellezza, proprio come scritto nella primissima parte di questo testo, specificando la presenza di un atto di commozione rispetto a questa consapevolezza.

Allora si che, sulla base di quanto detto e delle dovute, necessarie specificazioni, posso (possiamo) affermare: “[…] il mondo fuori di me è più grande e complesso di ogni mia rappresentazione, la mia opera sono io, il mio modo di abitare il mondo. Nel presente “hic et nunc” c’è quel rapporto con il mondo, il mio essere individuo indivisibile dalla società in cui vivo, in-finito. Nel film (“L’Arte della Felicità”) uno dei personaggi nel reagire all’affermazione <<[…] è che io non ricordo più chi sono.>>8 replica: <<Che vuol dire non ricordo? E’ come se uno chiedesse: scusi, si ricorda che ora è? Siamo qui, siamo ora, siamo quello che possiamo, quello che ci riesce meglio.>>9; […] la fotografia permette un particolare collegamento tra le due parole, presente e infinito, la possibilità di ri-dare forma nuova alle cose vecchie, illuminandole […], è peculiarità di questa forma di grafia che assieme al tempo permettono alla memoria di diventare ri-cordo. Testimonianza del nostro modo di porci continuamente delle domande, vedere attraverso un dispositivo che ci permette di attraversare il tempo della nostra memoria verso l’infinito. […] sono convinto che ognuno di noi, a modo suo, può ritrovarsi in “presente infinito” con la semplicità ed silenziosità della sua opera”10.

E quindi posso (possiamo) continuare: “[…] sono convinto che nell’accostamento di queste due semplici parole (Presente Infinito) in questo preciso ordine, ci sia l’essenza e la ragione del nostro essere fotografi. In questa triste stagione dell’infinito presente, in cui il “qui e ora” perde il suo più grande valore, quello di essere inserito in una storia più grande e corale fatta di tanti “qui e ora”, e diventa invece un modo miope di abitare il mondo i cui confini vengono ridotti a quelli del singolo individuo e dei suoi bisogni, l’inversione dei due termini crea un tilt di una potenza enorme. In questo senso identifico “Presente Infinito” con un’altra parola che in questo periodo mi si presenta in continuazione e che credo spieghi in modo semplice e bellissimo qual è la necessità che soggiace al nostro essere fotografi. La parola è “custodire”. Se riguardo i nostri lavori leggo forte questa volontà di “voler custodire il presente”. In un incontro Silvano Petrosino ha detto che “custodire vuol dire abitare il mondo, perché nel concetto stesso di abitare c’è l’idea della cura dell’Altro. Se non si custodisce, il costruire si rivelerà un distruggere”. […] Presente Infinito non solo come titolo della mostra (e dell’opera) che vogliamo realizzare, ma anche e soprattutto come intenzione della nostra ricerca comune […]”11.

Tutto questo viaggio, questo seguire una strada ben precisa, non è stata una scelta facile e senza fatica, poiché forse in controtendenza con tanto altro, o forse perché complessa per se stessa, in un percorso di privazioni, negazioni, solitudini apparenti e reali, sacrifici. Ma forse proprio la dimensione comunitaria e la condivisione ci ha aiutato a dividere il peso, ostinati nel voler perseguire il punto di fuga verso il quale ci conduce il cuore: “[…] perché quanto coraggio abbiamo pure? E quanto dovremo ancora averne per sopravvivere a questo dissesto socio-culturale che attanaglia la nostra epoca e ci vuole ciechi. Mentre noi vogliamo capire, guardare, toccare, scrutare, registrare e…certo custodire […]. Quanto l’essere umano oggi si è allontanato dalla verità? […] la fotografia si fa poesia quando osservandola non si è più in grado di dire con esattezza che ore sono”12. 
Abbiamo cercato di perderci e ritrovarci in quel “senza tempo” dell’alchemico sospiro che rende tutti gli organi e tutto il corpo improvvisamente e magicamente atti alla respirazione vibrando inspiegabilmente all’unisono, riempiendo dell’incomprensibile l’essere, provando a restituire e rendere la nostra opera nel miglior modo possibile, anelando “[…] alla eternità e alla perenne attualità dell’arte, […] a quella sorta di extratemporalità che è propria dell’opera d’arte interamente raggiunta, e come tale esente dalle categorie del transeunte e del provvisorio”13. Per questo ancora una volta vale “Presente Infinito”. Forse per questo solo il tempo ci dirà cosa abbiamo creato e se con esso siamo riusciti a relazionarci. 

La morte è categoria imprescindibile di riflessione, proprio per quanto scritto fino a qui, fino ad ora, perché senza di essa non si potrebbe parlare della vita sua intima; non si potrebbe parlare dell’opera che cerca di chiamarla per nome, di svelarne l’immagine allo specchio, e di permanere superando lo svanire di chi l’ha creata -l’opera- (il permanere della forma); non si potrebbe parlare del tempo che l’accompagna, sua ombra, ma nemmeno dello spazio che la custodisce, perché “L’immagine artistica è un immagine / che assicura a se stessa / il proprio sviluppo, / la propria prospettiva storica. / Questa immagine è un seme, / un organismo vivente in evoluzione. / E’ il simbolo della vita, / ma è diversa dalla vita stessa. / La vita include in sé la morte. / L’immagine della vita o la esclude / oppure la considera come l’unica / possibilità di affermare la vita.”14 Per questo ancora una volta vale “Presente Infinito”.

Contempliamo silenti, nello stupore di ciò che ci sovrasta, immenso, ma nella sacralità del piccolo e del quotidiano, alla ricerca di uno spirito “[…] ancora capace di contemplare e di vivere il senso mitico-magico, intrinsecamente sacro, del reale.”15, e nelle nostre immagini ne sentiamo l’eco. Da qui la lacrima: “La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. […] La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama.”16
 

 

Marcello De Masi
Novembre 2013 – Marzo 2014

 

 
  1. Marcello De Masi, Da uno scambio di email tra gli autori, 25/11/2013

  2. Marcello De Masi, Appunti sul progetto Napoli 2015 – Nuova Luce, Maggio 2012

  3. Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli, Milano, 2013, p.122

  4. Dalla sceneggiatura del film L’Arte della Felicità di Alessandro Rak, 2013, per gentile concessione del regista

  5. Giovanni Scotti, Da uno scambio di email tra gli autori, 27/11/2013

  6. Lorenzo Martelli, Da uno scambio di email tra gli autori, 27/11/2013

  7. Giacomo Camuri, FOTOGRAFIA, voce dell’ENCICLOPEDIA FILOSOFICA, Vol. 5, Bompiani, 2006, p. 4440

  8. Dalla sceneggiatura del film L’Arte della Felicità di Alessandro Rak, 2013, per gentile concessione del regista

  9. Ibidem

  10. Sebastiano Raimondo, Da uno scambio di email tra gli autori, 29/11/2013

  11. Luigi Fiano, Da uno scambio di email tra gli autori, 29/11/2013

  12. Giovanni Scotti, Da uno scambio di email tra gli autori, 30/11/2013

  13. Agnoldomenico Pica, Storia della Triennale, 1918-1957, Edizioni del Milione, Milano, 1957, p. 25

  14. Andrej Tarkovskij, Luce istantanea, Itaca-Ultreya, Milano, 2007, p.56

  15. Giulio Carlo Argan, L’Arte moderna, 1770-1970, Sansoni, Milano, Quinta edizione Novembre 2009, p.111, a proposito dei viaggi di Gauguin nelle isole del Pacifico.

  16. Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano, 2010, p.108