Napoli / Gabriele Genovese AccompagnaMI

AccompagnaMI

Gabriele Genovese

 

È un giorno qualunque questo.

È una giornata limpida, aperta. Non fa paura questo giorno.

L’ho riconosciuto subito, appena mi sono svegliato sul letto della mia camera. È un giorno qualunque.

Mi vesto: scelgo i calzini a righe, verdi e blu, mi piacciono così tanto che non li metto mai; con calma entro nei pantaloni, e con la stessa calma mi faccio abbracciare dalla camicia grigia. Le scarpe le ho ritirate ieri dal calzolaio, sono perfette. Sono perfetto. Posso andare.

Attraverso la città, e penso che dovrei fare un saluto a tutti, anche solo un cenno della mano, un sorriso breve, uno sguardo, penso che in questo giorno qualunque dovrei fare mille giri, mille salite, e discese, dovrei spegnere e riaccendere il motore, forse dovrei parlare con qualcuno; ma non ho tempo, anzi non ho voglia.

L’aria appena usciti dal centro-città è secca, ferma e meno densa.

Dopo il viaggio in motorino, le braccia, le guancie, il petto mi ricordano che bisogna pazientare ancora un po’ perché arrivi la bella stagione, prima di togliersi la giacca, le scarpe, la camicia grigia e i bei calzini; che con pazienza sboccerà, che deve sbocciare il fiore, e questo, in questo giorno qualunque è un consiglio dolce che cerca la mitezza del genitore ai primi errori del figlio.

Ho chiesto io di venire qui. L’ho voluto io.

Cammino. Senza volerlo cammino con un passo insolito, non è più quel passo cadenzato, aritmetico, non è più quel passo che lascia il tempo alla pianta del piede di sentire il peso di chi sei, di tutto il mio corpo, piede e pianta compresi: è il ritmo di chi ha un appuntamento galante forse, o di pura amicizia.

Ho chiesto io di venire qui.

Allora entro, supero il cancello, e sembra di cambiare ancora, cambia ancora, l’aria si riassetta, si fa più allegra. Aumentano i decibel, il nucleo pulsa e gli elettroni lo seguono: c ‘è vita, penso.

Le ruote delle auto, dei motorini delle ape-car sui ciottoli le senti meglio, come se si scollassero in continuazione, come uno strappo, come se la terra ti volesse ancora lì, la terra o forse qualcuno.

Cammino e c’è vita: negli alberi, nelle piante, ai piedi di queste e nella groppa delle scale. C’è vita a mezza’aria, in aria e sotto la terra. C’è vita nell’aria. Qui si fa amicizia, si danno gli appuntamenti, con la promessa di rivedersi, si toccano le mani, si vive.

Ho chiesto io di venire qui.

E andando è caldo, è sempre più più caldo; viene da ogni parte, da ogni direzione, da ogni oggetto e da tutte le pietre quelle piccole e quelle grandi lucidate dal sole e dalle madri.

Dalle ruote incollate ai ciottoli, dal marmo, dal ferro, dai vetri viene caldo.

Il caldo viene dalle parole dette, strillate, sussurrate, bisbigliate o declamate, qualcuno le prega queste parole.

Che vita! Che festa. Concitazione.

E ancora decibel, motori, indicazioni:

“mi scusi dove posso trovare il mio Alberto?”

e risate, calde pure quelle.

Il flusso non si ferma, non lo puoi fermare mai. Lo devi assecondare, seguire, devi ridere pure tu. Devo ridere anche io.

Inizia a diventare troppo caldo.

Ed ora il calore arriva pure dai fiori, che non hanno il tempo di morire che ne sboccia subito un altro. Loro si, che non si fermano.

Ora si, che sento i piedi incollati ai ciottoli come le auto i motorini e le ape-car. Ma chi c’è? Chi mi cerca?

Cammino e tutti mi guardano, mi salutano, con un cenno della mano, un sorriso breve, uno sguardo.

Insopportabile ora, bolle pure l’acqua della fontana, dei rubinetti, nei vasi.

Ho chiesto io di venire qui e sono quasi arrivato.

E penso che a questo appuntamento ci
sto andando stanco, stanco dei passi scollati con fatica da terra, stanco del caldo presente in tutto quello che è qui con me, in questo spazio di passaggio, per i vivi e per i morti.

Ho chiesto io di venire qui, e finalmente ce l’ho fatta.

Però non si passa, per favore fatemi passare, devo andare.

é zeppo, affollato.

È come l’ultima corsa dell’autobus, pieno di gente che deve andare che non può rimanere lì, deve raggiungere casa, gli affetti, il proprio mondo.

Mi guardano tutti, ridendo mi dicono di mettermi in fila. Lo faccio.

Passo la mano sulla fronte, scendo sugli occhi li stropiccio, massaggio i lati del naso e disegno la bocca.

L’aria è cambiata, di nuovo? Si riassetta. Di nuovo?

Cambia stato? Di nuovo.

E sembra di essere in motorino. Controllo la piega dei pantaloni, il colletto della camicia grigia, i lacci delle scarpe.

Aspetto. Impaziente. Non fa paura questo giorno.

Ho chiesto io di venire qui, l’ho voluto io.

Aspetto il turno, il mio turno, il mio appuntamento.

Ma non arriva, tarda al nostro appuntamento il nuovo amico sconosciuto.

Penso che il nostro appuntamento sia già finito.

Poi penso sia appena iniziato.

Penso che arriverà quando vuole, quando può. Forse in un’altra giornata qualunque.

 

 
 

GABRIELE GENOVESE

29 anni. Terminati gli studi superiori in Puglia si trasferisce a Milano dove si laurea in Scienze del Turismo e della comunicazione all'università IULM con una tesi sul Teatro di Narrazione. Si avvicina alla compangnia Atircon cui lavora ad alcune produzioni sotto la direzione di Marcela Serli e Serena Sinigaglia e con cui collabora stabilmente come conduttore di laboratori. Si diploma all'Accademia Teatrale Veneta dove studia tra gli altri con Karina Arutyunyan, Michele Casarin, Josè Sanchis Sinisterra, Ted Keijser, Gigi Dall'Aglio. Recita inoltre in U.N.O. Al Festival di Asti e in “C'era una volta” con la supervisione di Gigi Dall'Aglio per il Festival Venice Open Stage. É impegnato con ERT nel percorso su Teatro e territorio e nel progetto “Beni Comuni” ideati e diretti da Claudio Longhi. Finalista al premio Hystrio alla vocazione.