Napoli / Fabrizio Sinisi La Madre

La Madre

Fabrizio Sinisi


1.
 

    Le colpe dei padri
    ricadono sui figli
    e questa colpa ha
    la forma del rimorso:
    avere una vita, e non averla
    meritata. Averne tanta, troppa,
    di vita, e non avere invece un amore
    che basti a giustificarla. Un eccesso di vita cui non corrisponda un eccesso d’amore è sempre qualche cosa che assomiglia a una colpa; e come ogni colpa, non si può delegarla ad altri; patirla si deve, e in proprio, senza procure. Essere vivi in questo modo ha un prezzo: e questo prezzo è appunto il rimorso. 
    È questa la colpa che i padri lasciano ai loro figli.
    E una madre non può farci nulla.
    La madre non è perciò l’amore
    (perché essa stessa ne è mancante),
    e non è la colpa (perché lei
    c’è stata, lei non ha mancato).
    La madre è piuttosto
    il luogo di quell’amore, e l’espiazione
    di quella colpa.



2.
 

   Oh, il mio Teodoro ancora cucciolo,
   piccolo come un insetto,
   piccolo come il bulbo,
   lo zaffiro di un fiore,
   tutto occhi, come lo sguardo avesse così fame da volersi prendere tutto lo spazio della faccia, ogni centimetro di pelle. Lo rivedo ancora, il mio piccolo, ancora grezzo e non sbozzato, ancora tutto rosso del mio rossore. 
   Teodoro ha conosciuto presto quel rimorso.
   E io gliel’ho visto sorgere dentro, quel rimorso di non avere un
padre – inizialmente breve, 
  leggero come un soffio
   d’ombra in un mattino di sole,
   passargli dentro gli occhi. Neanche lui sapeva cos’era
quell’assenza, come chi è cieco dalla nascita non sa mai cosa davvero gli manca.
  Io vidi il piccolo Teodoro
   ancora di uno o due anni
   tendere la mano
   a voler toccare il compasso di sole
   che inchiodava la polvere nell’aria
   attraverso la lama
   della finestra, la persiana
   socchiusa appena appena –
   e quasi bruciandosi le dita trasalire,
   sobbalzare. Ora io so
   irrevocabilmente e senza dubbi
   che allora lui sentì per la prima volta
   alle dieci e ventidue
   del sedici settembre
   la gioia e la colpa
   di possedere un corpo
   e il desiderio di farsi
   tutt’uno con la luce.
 


3.
 

   Le tre di un pomeriggio d’aprile. Piove, molto. Ho ventiquattro anni; e scendo per Toledo con una sola preoccupazione: l’umidità mi arriccerà i capelli. Li ho appena stirati, questa mattina; la pioggia me li guasterà. Ho ventiquattro anni, da un mese ho il diploma d’infermiera, ma i capelli sono ancora la mia sola, vera, immensa preoccupazione. Così mi dico: entro in Duomo, mi riparo dalla pioggia, e magari vedo anche la chiesa, giacché non l’ho mai vista – ventiquattro anni vissuta a Napoli, eppure mai entrata in Duomo. Appena dentro, mi accorgo di due cose: fa un freddo cane; e poi dopo il brevissimo stupore dell’altare pieno d’oro e di silenzio: non so che farci qua dentro in attesa che smetta di piovere – anche  il guardare è qualcosa che s’impara, e io non lo so fare. Così decido: vado in bagno, ché tanto ogni donna ha sempre qualcosa da fare, in bagno; il bagno, per così dire, è regno designato della donna, il luogo della perenne preparazione.

   Così esco dal fondo della chiesa per andare in bagno, ché dal Duomo per arrivarci bisogna passare all’aperto in un vicoletto che collega la chiesa a Vico Sedil Capuano, e andando – io vado, lui torna – incrocio un ragazzo, più che ragazzo un giovane uomo, avrà ventisette, ventott’anni, difficile da dire perché ha un’aria imbronciata e penosa, come uno che non ha pace. Bello, però, a modo suo, con le orecchie piccole, il naso dritto; belle labbra, precise. Di ritorno dal bagno me lo sarei già scordato, se non che però lo vedo – mi sembra di riconoscerlo – inginocchiato in uno dei confessionali che stavano vicino alla porta della chiesa; quelli alti e aperti. Gli si vede solo il profilo di tre quarti: gli riconosco la schiena, anche se non so come, come se gliela avessi toccata un milione di volte, fino a riconoscerne ogni centimetro, una geografia, una morfologia del territorio: quella schiena netta e dolce, che lo identificava fra tutti.

   Si sta confessando. Il prete, molto vecchio, doveva essere anche un po’ sordo, perché sento che gli fa: “Dillo cchiù forte, non ti sento”; e lui mormora qualcosa, e quello ancora: “Cchiù forte, ppe favore, sennò non sento”, e allora lui evidentemente allo stremo sputa fuori, a voce alta, alta tanto che lo sento pure io che mi ero fermata dietro una colonna a sentire: “Impurità sessuale”. Il prete finalmente ha capito e senza pietà gli chiede: “Ah, e quante volte”; e lui, sempre forte per non doverlo ripetere, fa: “Sedici”, e poi, dopo una pausa, chiarendo: “Non nella settimana: nel mese”.

   Esco sul sagrato, sotto la tettoia; ancora piove. Mi accendo una sigaretta. La finisco, ma non me ne vado: mi accendo un’altra sigaretta e solo ora capisco che non sto aspettando che finisca di piovere, ma che esca lui. Infatti esce, dopo un po’; arriva fuori, mi vede, mi guarda, e io capisco che gli piaccio, però forse è timido o forse non si vuole guastare perché si è appena confessato, e quindi rimane sul sagrato, fa un po’ finta di niente, come se stesse pure lui ad aspettare che spiovesse. Poi infine cede e ricorre a un escamotage collaudato: mi chiede di accendere. Io, che la mia sigaretta l’ho già finita, e giacché lui un po’ mi piace e sono curiosa, gli dico: “Non ce l’ho, l’accendino” (falso: ce l’ho, nella borsa), “ma devo accendere anch’io, andiamocelo a cercare”. Così andiamo a cercarci un accendino; troviamo l’accendino; fumiamo la sigaretta insieme; questo ovviamente crea subito una certa complicità, ci fa ridere anche, lui ha una risata strana, curiosa, un po’ un gemito un po’ un latrato, che lo scuote in quel suo atteggiamento sempre rigido come un’asse da stiro. Ci presentiamo: scambio di nomi, e subito ci areniamo: silenzio, secondi di silenzio. Allora dice: “Voglio andare a vedere il mare con la pioggia”. È una bella camminata, ma tanto i capelli sono già andati, inutile proteggersi, così ci vado, al mare, con lui. Lungo la strada vengo a sapere che studiava Giurisprudenza, ma poi l’ha lasciata; è entrato nell’Accademia militare, prima stava a Modena, ora vicino Livorno – non è neanche napoletano, la famiglia è toscana; a Napoli è venuto, testualmente, “a trovare un’amica”. Chissà che significa. Il mare con la pioggia vale la pena della lunga camminata: è tutto un turbinio di grigi, un muoversi d’immense cose. La tristezza mi morde lo stomaco qualche secondo – aspetto che passi, e infatti va via, come sempre; mi riprendo; e quando mi giro lui è lì impalato, vicino, troppo vicino; ce l’ha scritto in faccia, con un’aria da ebete – un cartello facciale che dice: “Sto per baciarti”. “Accompagnami a casa”, gli dico, “sono stanca”. La sua macchina è vicinissima, dal che deduco che forse quella di vedere la pioggia sul mare era una scusa per farsi accompagnare alla macchina. Hai capito questo, penso, pare scemo, e invece: adesso sono in macchina con lui, risaliamo a Fuorigrotta, dove abitavo allora, in un monolocale bello che mi avevano comprato i miei. Lungo la strada ci fermiamo anche a bere la birra. Parlo io, sempre, e glielo dico anche: gli amici quando inizio a parlare dicono “Sentiamo un po’ la radio”, e lui sorride, ma spesso ha queste lunghe, lunghissime assenze, sembra che fissi il vuoto, e se lo guardo all’improvviso in quei momenti gli sorprendo addosso qualcosa come una nerezza, una disperazione tremenda, che appena gliela scopro in faccia gli scappa via dal viso spaventata come un topo illuminato all’improvviso; e subito gli ritorna su quella specie di maschera fra l’ebete e il malinconico; è una posa... Recitava, sì, ma non per nascondere qualcosa: recitava proprio perché dietro la sua recitazione non c’era niente. Tutto, in lui, era finto: i gesti, la voce, il modo di camminare e di toccare – di verso aveva forse solo quell’assurda risata. Era tutto finto, e forse non lo sapeva neanche lui, chi, cosa s’era lasciato indietro, e dimenticava, nascondeva. Ebbi paura per lui: mi chiesi: quanto potrà andare avanti così. La fatica lo avrebbe schiacciato, distrutto; sempre sotto quell’enorme sforzo di finzione sarebbe schiattato molto presto, e così è stato. Ma in certi momenti lo sguardo gli precipitava verso il mare, le luci tenui che galleggiavano nell’ombra nera d’acqua e di vento, e lo stormo di pioggia sui chioschi ticchettando; e gli fioriva d’un tratto nel viso qualcosa: una tenerezza. Mi sembra di vederlo adesso quel suo lampo di grazia: no più così consumato, così vecchio, perdeva vent’anni in un colpo: ed eccolo all’improvviso bambino, uno di quei bambini tristi, troppo intelligenti, che guardava il mare dubbioso e spiazzato, guardando senza senza pensare, guardando e basta, chiedendosi dove fosse la fregatura: e poi abbandonarsi, come chi ceda a una vertigine – si scioglie, si lascia cadere. 

   Arrivati a casa mia, avevo già deciso che lo avrei fatto entrare per farci l’amore: allora faccio un poco la gatta, la cretina, mi ci vado sotto, vicina, per fargli sentire l’odore, i capelli bagnati, i ricci pieni di pioggia. Quello però ha capito benissimo. Tant’è che sceglie – letteralmente sceglie – di non capire. Fa finta di niente, il fesso, anche se sa che tutti e due sappiamo. Mi bacia sulla guancia, mi sorride. “Il tuo numero ce l’ho”, mi fa; e sorride. E se ne va, salutandomi senza salutare, se ne torna in macchina, a passo svelto perché ancora piovigginava, tutto rigido perché era eccitato da morire: riparte di corsa come uno che scappa. All’inizio ci resto male. Vado alla finestra, guardo la strada in discesa, accendo la musica e piagnucolo un poco fra me e me. Ma dopo, man mano che scende la sera e poi la notte, una notte azzurrissima, quella fuga di lui mi parve inspiegabilmente bellissima. Ci pensavo, e più ci pensavo e più tremavo, e con le mani mi accarezzavo pianissimo la pancia, il seno, i fianchi, quelle cose che lui avrebbe dovuto tartassare e afferrare e invece erano rimaste intatte, tranquille, tese di desiderio. Ancor oggi ci penso, e quando ci penso il pensiero è pieno di silenzio: il suono della pioggia, un leggero senso di lontananza – e una dolcezza nel petto, blu, di un blu indicibile. Quella notte non riuscii a dormire.

 

4.
 

   Una donna cerca in un uomo tre cose: qualcuno per cui stare (con cui formare un corpo che sia qualcosa in più del semplice individuo); qualcuno contro cui stare (perché il conflitto è necessario alla natura umana per viversi); qualcuno da perdonare, e quindi da salvare – perché perdono e salvezza sono una cosa sola.

   Un uomo cerca in una donna tre cose: sentirsi maschio (quindi confermare la propria diversità strutturale); sentirsi vivo (fare in modo che la sua umanità resti accesa); sentirsi perdonato, e quindi salvato, perché perdono e salvezza sono una cosa sola; e ogni uomo sa che senza perdono l’uomo non è più niente. 

   Se ne deducono due o tre cose facili. Innanzitutto che mentre la donna cerca “qualcuno da”, l’uomo cerca “qualcuno per”; che la donna pretende il complemento oggetto e l’uomo lo respinge; che la donna proietta e l’uomo accoglie; che la donna è attiva, generativa, transitiva; l’uomo passivo, assoluto, intransitivo.

   Le anomalie sono rare, e generano tragiche incomprensioni. Lui voleva conferma della sua maschilità, e io pensavo che non ce ne fosse bisogno – lo credetti sicuro di sé, e non lo era. Io volevo essere tutt’uno con lui, ma lui non voleva: credevo fosse sentimentale, e non lo era. Lui voleva che lo tenessi vivo con l’imprevisto, ma io desideravo solo che le cose buone si ripetessero sempre uguali, diventando tutt’uno col tempo – lo credetti paziente, e non lo era. Io volevo combattere con lui, ma lui non aveva nessuna voglia di combattere, né da solo né in compagnia: lo credetti un vincente, e non lo era. Lui voleva essere perdonato, anche di colpe che non aveva commesso, perché viveva perennemente sotto la lama del rimorso; ma io, che non so cos’è la colpa e non conosco il tradimento, non potevo perdonarlo, perché non riuscivo a vederne il motivo – lo credetti innocente, e non lo era. 

   So queste cose ora che non sono più quella ragazza di ventiquattro anni: quella ragazza non c’è più, e queste cose sono diventate inutili, è tutto troppo tardi, viviamo sempre e solo per la prima volta, non ci è concessa la ripetizione: viviamo in un continuo debutto e in perenne inaugurazione di noi stessi. Penso a lui, a lui in quei cortissimi giorni d’aprile: vivere insieme così poco, conoscersi così poco, perfino amarsi così poco, e da quel “poco” poter imparare così tanto. L’ho conosciuto, sì: non per averlo amato ma per averlo perso – so di lui in negativo, so quello che l’un l’altro di noi ci è sfuggito. Ed è triste che di noi due ciò che resta è l’equivoco, il non detto, il non capito: il volto obliquo dello sguardo, il reciproco nostro altrove – il desiderio di noi che noi non sapevamo.

 

5.
 

   Qualche settimana dopo siamo andati a ballare: in un posto carino, non troppo affollato, vicino Boccaperti, dove sapevo che la musica era bella. Ma una volta lì, lui si è seduto, e ha detto: “Io non ballo”. Ma come non balli, siamo venuti qui apposta. A me piace ballare, piace tanto ballare. “E balla, balla, a me piace guardarti”. Meno male che possiamo ridere. Se non potessi ridere sarei già morta mille volte. Decido infatti di prenderla sul ridere, e ballo, da sola, nel mezzo della sala, però tenendolo a vista, lo guardo da lontano. Mi vede, ma non mi vede gli occhi, sa che lo guardo ma non come lo sto guardando – e meno male, perché si vergognerebbe. Gliela vedo anche senza vederla, quella disperazione ostinata, ottusa, una faccia come da animale, come quei bambini che mettono un broncio interminabile. Fu quella l’unica volta che lo odiai. Ballai per un po’, poi mi annoiai, e gli tornai accanto. Non avevamo più niente da dirci, se n’era accorto anche lui, si accorgeva sempre di tutto, tutto. Non sapevamo che dirci e stavamo in silenzio, e la musica, invece di riempirlo, il silenzio, lo rendeva più grave. Così gli ho detto: “Andiamo a casa mia”, ma non perché ne avessi desiderio né tantomeno urgenza, anzi, era per salvare lui, salvare me da quel silenzio, quell’imbarazzo che entro qualche minuti ci avrebbe uccisi tutti e due. Non era inevitabile quello che successe: e se fossimo stati felici, sono sicura che non sarebbe accaduto. “Andiamo a casa mia” e lui, pronto, come un cane, “Sì”, ma anche lui non per desiderio, avrebbe detto di sì a qualsiasi cosa pur di modificare quello stato di cose, quell’imbarazzo. Improvvisamente non sapevamo il motivo del nostro stare insieme, ci chiedevamo perché; ora lo sapevamo, e quell’inutilità ci bruciava addosso – scappare non si poteva. “Tanto vale scopare”: avremo qualcosa da ricordare domani, sia pure con disgusto. Nulla è più terribile di un tempo in cui nulla succede: guardarsi indietro e dire: Non è successo niente. E poi il ricordo di quel niente, essendo appunto niente, sparisce, svapora, vuoto nel vuoto, niente che precipita nel niente. Invece il potermi dire: “Ho scopato”, quand’anche fosse stata la più grande cretinata nel mondo, sarebbe stato pur sempre qualcosa; sarebbe stato almeno un errore, una bruciatura; qualcosa in me avrebbe sanguinato, avrei pianto e desiderato qualcosa di più e di diverso: anche questa è comunque una vita. Ma così invece no, non poteva continuare, dovevo stroncare quella sospensione, quel purgatorio, quella specie di attesa feroce e cattiva.

   Facemmo l’amore – male, così breve che a volte mi chiedo perfino se è accaduto davvero. Fingemmo quello che va fatto: gemiti, sospiri, tutto il ferreo rituale, giusto più concitato per renderlo più breve ed esaurire il compito. Passavano luci di fari, illuminavano a sprazzi le tende delle stanza di un verde pallidissimo. Mi fu dentro qualche attimo, qualche secondo – li contai: uno, due, tre, quattro – una pausa; poi cinque, sei, sette, otto; il rapido, crescente arrivo all’undici – la fine; poi lo strappo, il tirarsi repentino indietro, l’appoggiare la fronte appena appena sudata sul petto. È finita. Il fiato che cerca l’aria, il tornare con la bocca e le mani a cercare la superficie. È finita, trema come una foglia. Gli accarezzo i capelli sudati. Solo adesso mi accorgo che è bello, in quell’attimo e per sempre: splendore che dura anche dopo che il suo fuoco s’è gelato. È finita.

   Si rivestì nella luce dei fari. Si vergognava di se stesso, lui; e io della sua vergogna. A nessuno di noi passò neanche in testa di dormire insieme. Fuori s’era sollevata un gran vento – era notte alta. “Ci sentiamo”, disse a mezza voce. E poi, quasi un sussurro sulla porta: “Grazie”. È stata l’ultima volta che l’ho visto.

   Col tempo l’immagine del suo viso è sfumata e affievolita, come un riflesso nell’acqua rotto da un sasso, e oggi forse neanche saprei riconoscerla, attraversata da anni e anni. Lo stesso vale per il suono della sua voce. Ma il senso più forte che ho di lui, invece, è il tatto: le mie mani lo ricordano punto per punto, ogni centimetro e convergenza, ogni cuna e depressione, ogni ombra di peluria, affossamento o piega. Ricordo la sua schiena come la pianta di un paese amato. Se tra mille ombre dovessi riconoscerlo, dovrei toccargli piano la schiena, come un cieco perlustra i tratti di un volto. Ancora risento il secco amaro della sua pelle sotto le dita, in certe ore della notte: un sogno che la luce del mattino non asciuga ma conferma, e continua, anche se non so come.

 

6.
 

   Capii di essere incinta quando mi accorsi di non riuscire più a bere il caffè. Il test di gravidanza, poi le analisi del sangue me lo confermarono. Non mi agitai, non mi sconvolsi, non mi disperai; era quieta e felice; ero incinta, soldi ne avevo abbastanza, il sole era caldo, la primavera imminente, genitori e fratelli contenti ed esultanti. I mandorli detonavano lenti, prima bianchissimi, poi rosa pallido, una strana vita mi fioriva addosso e io ero felice di essere viva nell’assurdo imprevisto di questo giorno nuovo. “Crescerò questo bambino sconosciuto, sarò felice, non so come andrà, ma andrà così, e io sono libera: questa allegra ignoranza è ciò che alcuni chiamano la pace”.

   Lui, lo cercai subito. Al cellulare non rispose. Gli mando un messaggio, gli scrivo: “Devo vederti”. Risponde dopo un giorno: “Non è facile”. E io, insistente: “Ho bisogno di te ora”. E lui: “Suona sexy” – faccina che strizza l’occhio. “Non sexy” (decisamente non-sexy) – faccina con la bocca a trattino, linea tesa – “Devo parlarti”. Dice che sarà a Napoli la settimana prossima. Ci diamo appuntamento nel parcheggio di un outlet. Lo chiamo ma al telefono non risponde. “Sono qui, dove sei”, gli scrivo. Lui: “Angolo nordovest accanto al distributore”. “Mi sono persa”. E lui: “Non puoi non vedermi”. “Non ti vedo”. “Non posso stare molto”. “Ma perché hai scelto il parcheggio?” – faccina arrabbiata col pugno chiuso. Dopo un attimo: “Conveniente”. “Conveniente?” – svariati punti interrogativi. Lo cerco per un po’. Dopo dieci minuti che lo cerco mi arriva il suo messaggio: “Sono dovuto andare via. Problemi urgenti. Dimmi per sms”. Allora gli scrivo secca: “Sono incinta”. Silenzio interminabile. Un’ora; due, tre. Poi il suo messaggio, assoluto, senza punteggiatura, in stampatello: “IO NON POSSO”. Non gli ho più scritto. Se avesse detto “Non voglio”, avrei potuto insistere. Ma “Non posso” è una porta che non si può aprire e soprattutto non si può convincere. Non l’ho odiato; solo raramente ho pensato che avrebbe potuto essere diverso. Ma siamo fatti in un certo modo, cioè male, imperfetti, “non posso” è una cosa piantata con dei chiodi lunghissimi, non ci puoi fare niente, dalla propria natura non si scappa; fare il vigliacco è una colpa, essere un vigliacco è solo una vergogna: dalla prima puoi essere perdonato, perché è colpa tua; dalla seconda no. Sarebbe come chiedere perdono per il fatto di non amare i fiori, o avere paura dei topi. Quel “Non posso” mi è bastato, sempre. Qualche mese dopo, quando avevo un pancione che sembravo un dirigibile, credetti di vederlo in mezzo a un gruppo di seminaristi vicino san Gregorio Armeno; corro, mi si rompe presto il fiato, sono costretta a fermarmi. Cosa farei se lo incontrassi per caso, mi sono chiesta tutto quel giorno e quello successivo.

 

7.
 

   Bambino mio, il tuo destino io l’ho sentito e previsto confusamente tutto già mentre mi nascevi; tra il mio dentro e il mio fuori, il tuo destino mi è scoppiato addosso – il tuo destino e il mio, uno dentro l’altro per un attimo breve. Chi può capire cos’è un parto? Un crescere dentro, un battere nei muri del corpo di una vita fino a scoppiarti dentro, e davvero senti che scoppierebbe, se tu non la buttassi fuori, che ti distruggerebbe e ti farebbe a pezzi. Aprirsi in due, sentire nell’umido fra la pancia e le cosce scoppiare un grido e pensi: Questo grido non s’era mai sentito finora sulla terra. Affiora una testa, una bocca, degli occhi strabuzzati nel sangue, e pensi: Questi occhi non s’erano mai aperti finora sulla terra. Lo senti che ti apre, che con ogni forza ti apre come una tenaglia, ammazzerebbe anche te – te che sei lui e non più lui, già un altro e non ancora un altro, una cosa sola e insieme due, già e non ancora in quell’attimo infinito del tempo – ti ammazzerebbe perfino, ti apre e viene fuori e pensi: Questo desiderio non s’era mai visto finora sulla terra, né lo si vedrà più dopo la sua fine: è la prima, è l’ultima volta – l’unica, la terribile, la splendida, la definitiva. E mentre veniva fuori urlando, e io sentivo ogni centimetro di lui venire via da me per sempre, ecco ho sentito in me tutto il suo destino: già mi lascia, ecco – dicevo in me muta – già se ne va, lascia sua madre; già adesso inizia ad andarsene; è il suo primo secondo di vita e già non è più mio, io per lui non sono più tutto – mi lascia, mi abbandona, non sono più io ma è lui, Teodoro: mio amore, mia tragedia, sangue della mia vita.

 

8.
 

   Appena nato Teodoro era brutto, meravigliosamente bruttino, una minuscola ranocchia. Crescendo, la sua forma di ranocchia si sfogliò aprendosi piano; la bellezza venne fuori così, pianissimo, come un fiore in piena – prendeva forma giorno per giorno: oggi uno zigomo più compatto, oggi l’occhio più sgranato, i capelli più morbidi; man mano capiva le cose: la differenza fra il giorno e la notte, fra il resto del mondo e il corpo di sua madre. Cominciai a fotografarlo compulsivamente, è diventata presto un’ossessione, lo fotografavo tutti i giorni, diverse volte al giorno. Passavo più tempo a fotografarlo che a baciarlo. E certo che, pure, lo baciavo parecchio; ore intere a sbaciucchiarlo sul collo e sulla pancia, per sentirlo ridere – e già da piccolo aveva una risata che sembrava un gemito, a metà fra lo scroscio di tosse e una specie di guaito, un latrato da cane – identica a quella di lui, era l’unica cosa in cui gli somigliava. Pensavo: gli passerà, col tempo. Invece quella risata da bestia sofferente gli è rimasta uguale sempre, sino alla fine. Quando aveva tre o quattro anni da maggio a ottobre lo portavo al mare quasi tutti i giorni; e lo fotografavo su sfondo azzurro. Teodoro su fondo azzurro, chiamavo quelle foto. Ero sola, eravamo soli, non avevamo nessuno. Teodoro non era solo il mio unico amore: era anche il mio tempo. Obbedivo a lui molto più che all’orologio. Andavamo a trovare i miei soltanto alle feste. Loro insistevano: portaci il bambino, come fai da sola; ma io no, lo volevo per me. Andavo da loro a Pasqua, a Natale, ad agosto; e quando ci giocavano io rimanevo in un angolo, fumavo e li guardavo. Erano vecchi. Presto sarò vecchia anch’io. E penso di nuovo: mi lascia, ciò che è nato da me gattona, poi cammina – se ne va, si allontana, ma dove? E anch’io, lo sento, in lui mi consumo, mi sento bruciare di un amore impossibile a dirsi. Lo guardavo ridere quel suo latrato contro il mare, e bruciavo di quest’amore impossibile a dirsi, e mi chiedevo: che ne sarà di lui? Che ne sarà di me? E questa vita, questa bellezza, questa festa, chi me la restituirà domani? Guardavo mio figlio ridere, ero felice fino a morirne, perché sapevo che quella bellezza non era la mia, niente di quella festa era totalmente mio; e non sapevo che farne. In modo confuso sentivo che l’unico modo di viverla era morirne, e infatti ne morivo, bruciavo di quell’amore impossibile a dirsi e aspettavo: il tempo non ritorna, abitiamo sempre nella nostra prima volta.

 

9.
 

   Il rancore gli arrivò il 18 luglio. Me lo ricordo perché era il suo dodicesimo compleanno. Prima di allora, Teodoro non aveva mostrato verso suo padre nessun tipo di vero sentimento che non fosse una specie di vaga perplessità. Io gli avevo spiegato la cosa a modo mio: tuo padre è in giro, è in viaggio, cose così, evasiva. Io stessa non provavo verso di lui nessuna ostilità: anzi una forma di affetto forse, di nostalgia – mi chiedevo dove fosse, come stesse: il suo in me era in fondo un bel pensiero. E fino ai suoi dodici anni Teodoro non si era mai neanche posto davvero il problema di cosa fosse un padre, così come una persona con due genitori non si pone il problema di come potrebbe essere averne un terzo. Ma nel suo dodicesimo compleanno, il rancore gli arrivò addosso come una batosta, così violento che gli arricciò la fronte, e quei begli zigomi che gli erano venuti su dritti, aggressivi, come i miei. Stava mangiando, con gli amici di scuola, i nonni, tutti intorno, e all’improvviso prende una bottiglia, di vetro, la spacca sul tavolo, e prima che io possa anche solo avvicinarmi stringe forte uno dei cocci nel palmo della mano. Butta il coccio, si guarda la mano, tutta rossa, come sorpreso di vedersi sanguinare. Era la prima volta che vedevo il suo sangue. Poi mi guarda – anche senza guardarmi già sapeva che ero lì: mi sentiva, sapeva dov’ero e com’ero, sempre, eravamo nostri, lui mio, io sua, reciproci, sempre – mi guarda, mi mostra la mano rossa di sangue. “Amore”, gli dico, “Amore, che hai fatto, andiamo in bagno, laviamo la ferita”. Gliela lavo sotto l’acqua fredda, non lo guardo in faccia, non gli chiedo niente, ma mentre gli disinfetto il taglio diagonale lungo il palmo – lungo, profondo – gli sento il polso che sussulta. Sta piangendo. Singhiozza con lo stesso suono di quando ride: una tosse, un latrato, un animale sotto tortura, una bestia al macello. Erano anni che non piangeva, forse la prima volta che piangeva da quando non era più un bambino. “Dov’è”, mi chiede, una specie di borbottio ringhiato in mezzo ai singhiozzi, “Dov’è, dov’è, dov’è”.

 

10.
 

   L’altra notte ho sognato che mi telefonava. Mi sto preparando per uscire, sono tentata di non rispondere, invece rispondo; “Sei tu”, mi dice, e la voce me lo restituisce tutto, in un attimo, presente come se fosse uscito da me il secondo prima. “Come state?” – non come stai, ma come state; poi un silenzio tremendo, un silenzio pieno di un imbarazzo tale che nel sonno rabbrividisco: in quell’imbarazzo ci sono sedici anni e un figlio: un metro e settantotto di figlio, un Teodoro splendido, infinito, di cui lui non sa nulla, forse neanche il nome, mi dico, tant’è che gli faccio (e chissà se nel sonno l’ho detto a voce alta, quel nome nel buio della stanza): “Teodoro”. E lui: “È bello?”. Bellissimo. Altro lungo silenzio. “Dove sei”, gli chiedo. Altro silenzio. “Non posso dirtelo. Mi cercheresti”. È pazzo. “Volevo solo tu sapessi” – aggiunge, e io aspetto che arrivi il resto della frase, “Volevo tu sapessi che...”; ma invece rimane lì sospesa, inchiodata a qualcosa che non so. Cosa dovrei sapere? Che cosa vuole che io sappia? Che cosa so, io? Quando faccio per chiederglielo mi manca l’aria alla bocca, non posso emettere suono, mi sveglio sola in un letto così freddo che sembra bagnato.

   Qualche mese dopo abbiamo traslocato ancora, siamo andati a Casoria, in una casa un po’ più grande. Nello stesso periodo la polizia ha catturatoo Salvatore Sciannamea, il capoclan di Giugliano. C’era tutto un rimescolio nella camorra napoletana in quel periodo, e ogni giorno c’era qualche notizia di morti ammazzati o di catture. Ho visto le immagini in televisione. C’era lui, Sciannamea, il boss, che non si nascondeva alle telecamere, anzi si offriva, in una posa troppo esibita per non essere stata preparata prima (sapeva che stava arrivando la polizia, e si era dato il gel ai capelli, si era messo la giacca come in Scarface: aveva provato l’uscita di casa davanti allo specchio). Ma io non guardavo Sciannamea, bensì i poliziotti con il passamontagna in faccia che lo portavano fuori, quelli della squadra speciale. Si vedevano solo gli occhi e la bocca, ma io glieli ho riconosciuti, gli occhi e la bocca: era lui, non c’era nessun dubbio – ne fui certa e ancora lo sono senza margine di dubbio. Così l’ho guardato e riguardato su tutti i telegiornali e poi su Internet, all’infinito, gli toccavo gli occhi con gli occhi, con gli occhi gli toccavo le labbra, felice di averlo un po’ ritrovato. E col pensiero gli passavo la mano sulla schiena, quella schiena che avevo così ferma e netta nella mente, precisa in ogni sua vertebra, in ogni suo sentiero.

 

11.
 

   Qualche mese dopo Stefano fu sospeso da scuola. Lo avevano sorpreso a fumare una canna nel bagno. Tre mesi dopo fu sospeso un’altra volta: aveva scopato con una sua compagna di classe, sempre nel bagno, ma delle femmine stavolta. Sei un po’ troppo affezionato ai cessi, gli dissi, magari qualche ora passala pure in classe, sai com’è. Ma non lo rimproverai. Anche quando venne bocciato, alla fine dell’anno, non lo rimproverai. Si rifarà. È bello, è grande; è forte. Non può non avere uno splendido destino. Ma quando mi guardava con quegli occhi, sotto la fronte increspata, io gli rivedevo il sangue nella mano, e avevo paura. “Mammà, che chiagne a fa’”, mi diceva quando mi sorprendeva a piangere da sola, o davanti alla televisione, “che chiagne a fa’. Smetti di chiagne”, e io obbedivo: se lui diceva di smettere di piangere io smettevo. Qualche volta mi chiedeva, con quell’accento pesante che gli era venuto su alla scuola e per strada, mi chiedeva: “Mammà, ma perché non ti vedi con qualcuno?”. Qualcuno chi? “Come qualcuno chi? Qualcuno, uno fatto bene”. Ma che dici, non dire fesserie. “E perché no? Uno fatto bene si trova. La cosa importante è che prima m’o fai controllare a me, l’aggia fa’ io o’ colloquio”. E a questo punto del copione, che si ripete identico ogni mese o due, ridiamo, da attori collaudati, ridiamo come sempre. Io a un uomo manco ci pensavo, non mi passava nemmeno per la testa; e neanche avrei saputo dirgli perché. Ero sua, e di niente m’importava davvero tranne che di lui: l’unica cosa che amavo di me era lui. Quand’erano morti prima la mamma e poi mio padre, mi ero detta: finché ho Teodoro non mi manca niente. Quando ho perso il lavoro, e invece che all’ospedale ho dovuto fare le visite a domicilio, mi ero detta: finché ho Teodoro non mi manca niente. E i traslochi, quando da Toledo siamo dovuti andare prima a Fuorigrotta, poi a Giugliano, e poi ancora a Casoria, ché io non volevo, perché avevo paura che Stefano si mettesse su una brutta strada, eppure non c’erano alternative, non ho potuto impedirlo. Vedevo le sue compagnie, sempre peggiori, e il suo modo di vestire, di parlare, di sorridere, le immagini mentali insulse, volgari, in cui si rifletteva, e mi riempivo di preoccupazioni e di pensiero. Poi mi dicevo: Teodoro è il tesoro, la vita, il centuplo in questo mondo – finché c’è lui al mondo a me non manca niente. Lo vedo come se fosse adesso, andarsene in motorino, senza casco, nella mattina grigia, gelida e piena di vento di febbraio.

 

12.
 

   Ecco, con più o meno precisione, quello che accadde. Alle undici di quel venerdì mattina Teodoro esce da scuola, con due ore di anticipo perché c’è un’assemblea sindacale dei docenti. Va via in motorino con Denis, un amico suo albanese: il motorino è di Teodoro, è lui che guida. Vanno ad Arzano; a trovare un amico, dice Denis, ma pure i cani lo sanno che in realtà vanno a Scampia a comprare la mattonella di fumo per il fine settimana. È estate, fa caldo, e sono tutti e due senza casco, vanno forte per prendersi il vento in faccia. Ad Arzano però non ci arrivano. Su via Milano la Digos ha messo un posto di blocco, uno serio, con due macchine di sbarramento, pare cercassero d’intercettare un carico. Fanno segno di accostare. Teodoro e Denis vedono il blocco da lontano. La polizia è nemica, la polizia fa schifo, gli hanno insegnato, così forse si dicono: prendiamoli per il culo. Teodoro, invece di accostare, accelera. Ride, mi sembra di sentirlo. E Denis pure ride, e forse gli grida: “Che cazzo fai, si’ pazzo, che cazzo fai”; è un gioco di coraggio, una sciarada. Accelerano, passano il blocco sfrecciando in mezzo allo sbarramento. I poliziotti sono quattro; uno entra in macchina per l’inseguimento; uno rimane fermo; uno si annota la targa – uno, invece, tira fuori la pistola: prende la mira, spara: una volta, due volte. Il primo colpo va a vuoto; il secondo prende Teodoro alla nuca, in quel punto morbido fra la testa e il collo, dove i capelli gli diventano una peluria castana, leggera. Un sibilo, uno schizzo di sangue breve, la risata s’interrompe. Il motorino sbanda per cinque-sei metri, crolla su un lato. Quando arriva l’ambulanza, Denis ha un ginocchio e tre costole rotte. Teodoro è morto. Diranno che è morto in ospedale. Così hanno scritto i giornali. Lo scrivono spesso. Anche se non è vero. Dicono che la gente è morta in ambulanza o in ospedale. Così chi legge si fa l’idea che la sanità napoletana è tempestiva. Che non lascia la gente a morire sulla strada come i cani. Il mio unico figlio e amore Teodoro è morto con un colpo di pistola alla nuca che se l’è preso secco e gli ha interrotto a metà la risata: anche questo io lo so.

   La notizia mi raggiunge con la televisione, al lavoro, da una vecchia signora a cui andavo a fare le iniezioni. Ha la televisione accesa, la signora, ha sempre la televisione accesa, la signora, a tutte le ore del giorno e della notte, e lì danno la notizia. Sanno già tutto, ne sanno più di me. Tra le cose che sanno c’è il nome il cognome di Teodoro e una sua foto. Mio figlio, in foto, mi guarda dallo schermo e sorride. Poi il nome e il cognome del poliziotto che gli ha sparato e una sua foto. Sono passati sedici anni ma lo riconosco immediatamente, del resto è uguale, come davanti al mare o sopra di me, sudato, in penombra: solo gli occhi più cupi e viola, più tristi, guance zigomi sopracciglia più cadenti, come se ci fosse cresciuto dentro un peso insostenibile. Mandano la foto di loro due, di continuo: il padre e il figlio, il figlio e il padre, finalmente reciproci – si sono passati accanto, si sono conosciuti senza riconoscersi. Ave Maria piena di grazia, cos’è successo. Il poliziotto e il mio bambino. Il mio bambino è morto. Teodoro. Morto. Le due parole non si riconoscono. In ambulanza? O sul colpo? Il ragazzo aveva sedici anni. Tempo passato, definitivo. Quello è il mio ragazzo. Si chiama Teodoro. Il motorino gliel’ho comprato io. Il ragazzo è morto. Signora tenga fermo il braccio sennò si spezza l’ago. “È morto nu guaglione”. Sì, signora, è morto nu guaglione. Mio figlio, sa. L’unico figlio mio. Tenga fermo il braccio. Suo padre gli ha sparato. Ma non lo sapeva. Non lo conosceva. È innocente, siamo tutti innocenti, a chi vuole dare la colpa. Tenga fermo il braccio. Non lo so. Ferma, signora, ferma. Tenga fermo il braccio. Tenga fermo questo cazzo di braccio. Calma. Ave Maria piena di grazia. Il telefono. Stia ferma vado io. Io. Non vi agitate. Stia qui e tenga fermo il braccio. Sì, sono io. Lo so. Ho saputo. Sono io. Signora tenga fermo il braccio mi raccomando. Sennò l’ago si spezza. Sono io. Sono qua. Venitemi a prendere. Portatemi da lui.

 

13.
 

   È nudo, sdraiato sulla schiena, e quindi il colpo che l’ha ucciso non si vede: così, nudo, bianco, sembra perfetto come il primo giorno, e il primo mese, quando ha iniziato a fiorire. Quasi non ha peli, sul petto, sulle braccia, nelle ascelle, forse se li è rasati. Va di moda. Le sopracciglia disegnate. Le spalle piccole, come le mie. I piedi lunghi, affusolati, bellissimi, con quelle caviglie che sembrano d’oro. Anche da morto è splendido. Nessuno avrà il coraggio di seppellire una cosa così bella. Non si accende un fuoco per tenerlo sotto il moggio. Bisogna invece che splenda nelle piazze. Tenetelo nelle piazze. Dovrò dirlo all’assessore, al sindaco. È un peccato portarlo al cimitero. In piazza Plebiscito, bisogna metterlo. Bisogna che veniate a vederlo però. Sennò non si capisce. Chi lo vede, così bello, bello indicibile, non può dire di no.

   Intanto suo padre è trattenuto in questura. Chissà se ha capito. La notizia fa il giro della città e già nel tardo pomeriggio davanti alla Questura si è radunata una folla, una folla sempre più numerosa; si è ingrossata piano, la gente è uscita; i ragazzi dalle piazze e dai bar si sono mossi lì, e poi qualcuno deve aver detto e parlato di Teodoro, è bellissimo, hanno detto tra loro di sicuro, è morto l’essere più bello della storia del mondo, non possiamo restare in silenzio, è morto Teodoro e niente sarà mai più come prima nel mondo. E sono andati lì, a ingrossare una folla davanti alla questura, che prima urla e poi inizia a diventare violenta. Lo dice la radio, prima che un carabiniere la spenga. Ci sono due carabinieri davanti all’obitorio. Sta succedendo. Dov’è il padre di mio figlio? Dov’è l’assassino di mio figlio?

   Mi allontano dall’ospedale. Voglio parlare con lui. Non trovo il mio odio, la mia rabbia neanche a cercarla, a volerla. Già vicino la Questura mi basta farmi portare dal flusso della gente: li seguo, intontita. Voglio parlare con lui. Portatemi da lui. È giunta finalmente l’ora che lo abbracci. E quando chiedo di lui tutti sanno di chi parlo, mi indicano la strada, mi accompagnano. Davanti alla Questura c’è una folla immensa, che grida, e preme; sempre più inquieta. Fanno cori. Reclamano, urlano. I carabinieri all’ingresso fanno fatica a contenere la situazione. Dopo un po’ capiscono che vogliono lui. Chiedono che gli si consegni lui: il poliziotto assassino, il padre selvaggio. Datecelo! Datecelo a noi! Lasciate che lo abbracci finalmente. Lo vogliono quanto lo voglio io. Datecelo! Giustizia. Giustizia! Datecelo, noi sappiamo che farne. 

   Non passa molto prima che la folla riesca a superare i carabinieri all’ingresso e ad entrare in Questura: si rovesciano nei corridoi. Non sapete dove andare. Dov’è lui? Lasciate che lo abbracci finalmente. Non sapete dove andare? Lo sanno invece. In punta di piedi sulla folla finalmente lo vedo, lontanissimo, un punto, portato al di sopra della folla, come una rock-star, dalle mani che se lo passano al di sopra delle teste, e lui scalcia, scalcia, non vuole che lo portino, e loro invece lo portano dove non vuole, lo tengono, è cosa loro ormai. Sono qui! Sono qui! Fate spazio. Fate spazio. Lasciate che lo abbracci finalmente. Il padre di mio figlio. Nostro figlio è morto. Lui non lo sa. Deve sapere. Lasciate che lo abbracci finalmente. 

   Da dove sono riesco a vedere solo il primo colpo: una pietra, non lanciata ma usata come una mazza, come un mattone: lo colpiscono forte alla tempia. Schizza del sangue. È un segnale. Improvvisamente non lo tengono più sopra le teste, ma lo lasciano sprofondare nella folla. Non lo vedo più. Solo una specie di vortice in mezzo alla piazza, come quando si stappa la vasca da bagno, un punto di precipizio dove si curvano le teste, un ribollio: calci, sputi, urla, pugni, colpi. Sono su di lui, non lo lasciano andare, lo fanno a pezzi. Lo ammazzano, Gesù Cristo, lo ammazzano con le loro mani. Fate spazio, fate spazio vi prego, lasciatemi avvicinare. Devo toccarlo anch’io. Non fategli del male. È il padre di mio figlio. Lasciate che lo abbracci finalmente. Non fategli del male.

   Il linciaggio finisce mezz’ora dopo, con l’arrivo delle camionette, gli autoblindati, le tenute antisommossa. La folla si disperde calma. Hanno avuto quello che volevano. Rimango io, e la polizia. Non c’è lotta, anzi quasi silenzio. Al centro della piazza il suo corpo. Lo vedo da lontano. Fatemi avvicinare. “Signora, stia lì, non si avvicini”. È il padre di mio figlio. “Stia lì, non si avvicini”. Lo vedo da lontano: le braccia spezzate, le gambe spezzate, torte all’indietro come quelle di una rana. Che cosa ti hanno fatto. Del viso non è rimasto nulla, una maschera di sangue pestata. Che cosa ti hanno fatto. La schiena, lasciatemi toccare quella schiena. La schiena sarà rimasta quella: intatta e delicata, bianca, come quella di suo figlio. Lasciate che lo abbracci finalmente.

 

14.
 

   Li ho sognati entrambi, il padre e il figlio, l’altra notte. È un sogno che in verità faccio spesso. Ma stanotte c’era un particolare nuovo, diverso da tutte le altre volte. Ero davanti alla mia casa, quella dove io e lui abbiamo fatto l’amore, dove Teodoro fu concepito, a Fuorigrotta. Solo che questa volta la casa era in fiamme. Un grande incendio, alto e fortissimo, che divampava tanto che la luce illuminava tutta la strada fino al mare. Un incendio muto, bruciava in un silenzio perfetto. Davanti alla casa c’è Teodoro, che mi guarda. Ha sette, otto anni. “Mamma”. “Amore mio. Mettiti la giacca, fa freddo!”. Ha sorriso ancora, piano, con quella dolcezza totale e assoluta, disarmata, che aveva da bambino. Poi è scomparso. 

 

15.
 

   Le colpe dei padri
   ricadono sui figli
   e questa colpa ha
   la forma del rimorso:
   avere una vita, e non averla
   meritata. Averne tanta, troppa,
   di vita, e non avere invece un amore
   che basti a giustificarla. Un eccesso di vita cui non corrisponda un eccesso d’amore è sempre qualche cosa che assomiglia a una colpa; e come ogni colpa, non si può delegarla ad altri; patirla si deve, e in proprio, senza procure. Essere vivi in questo modo ha un prezzo: e questo prezzo è appunto il rimorso.
   È questa la colpa che i padri
   lasciano ai loro figli.
   E una madre non può farci nulla.
   La madre non è perciò l’amore
   (perché essa stessa ne è mancante),
   e non è la colpa (perché lei
   c’è stata, lei non ha mancato).
   La madre è piuttosto
   il luogo di quell’amore. La madre è l’espiazione
   di quella colpa.

 

 
 

Fabrizio Sinisi

(Barletta, 1987) si è laureato in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari specializzandosi in Filologia moderna con una tesi sul teatro di Giovanni Testori. Dopo alcune isolate apparizioni poetiche, ha esordito in volume con la raccolta poetica La fame (Archinto, 2011). Collabora regolarmente con il mensile Studi Cattolici, con il quotidiano online ilsussidiario.net dove sono apparsi alcuni suoi studi su Dante, Leopardi, Baudelaire, Kafka, Ungaretti, Luzi, Pasolini, Raboni. In teatro, ha lavorato come dramaturg a numerose messinscene: tra le altre si ricordano I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori (Milano, Teatro Grassi, 2010) e l’opera lirica Lo stesso mare di Fabio Vacchi e Amos Oz (Bari, Teatro Petruzzelli, 2011), entrambe per la regia di Federico Tiezzi; La morsa di Luigi Pirandello (Firenze, Cortile del Museo Nazionale del Bargello, 2011), per la regia di Arturo Cirillo. Ha tradotto e curato la drammaturgia del testo Giobbe, o la tortura dagli amici di Fabrice Hadjadi (Marietti 2011), messo in scena con la regia di Andrea Maria Carabelli (Rimini, Meeting Internazionale per l’Amicizia fra i Popoli, 2011). Sempre nel 2011 ha scritto i prologhi e curato la drammaturgia del Woyzeck di Georg Büchner a cura di Federico Tiezzi (Pontedera, 2011), all’interno dell’esperienza del «Teatro Laboratorio della Toscana». Nel 2012 viene messo in scena il suo dramma in versi La grande passeggiata (Bari, Teatro Royal), per la regia di Federico Tiezzi e l’interpretazione, fra gli altri, di Sandro Lombardi. Di recente pubblicazione (Titivillus, Pisa 2013) è il volume Il Teatro Laboratorio della Toscana, a cura di Leonardo Mello, dove compaiono alcuni suoi scritti saggistici di argomento teatrale e drammaturgico.