Napoli / Dossier ITA

Un opera così la dovrei fare ogni giorno, è solo questione di buona volontà, o se non ci penserò io ci penserà qualche altro, e in un modo che mi auguro più profondo e completo, su uno qualsiasi dei luoghi abitati in Italia”1
 

 

Queste sono alcune delle parole di Cesare Zavattini nelle prime pagine del grande libro Un Paese, pubblicato nel 1955: opera che si muove tra letteratura e fotografia e che vede la collaborazione dello stesso Zavattini per i testi e del fotografo americano Paul Strand per le immagini. Pienamente inserito nello spirito italiano del Neorealismo, nel raccontare la realtà del piccolo paese di Luzzara, è anche testimonianza del legame e della reciproca influenza tra l'arte americana e quella italiana.

Questo è parte dell'eredità che io colgo. E come me tutti gli autori coinvolti in questo progetto.
Il lascito di due grandi uomini che con la loro opera restano ancora necessari e attuali.
Questa loro opera è solo uno dei tanti progetti che hanno esplicitato un particolare tipo di sguardo sulla realtà, sul mondo e sulla vita; sguardo che ho (che abbiamo) cercato di portare sulla città di Napoli. Sguardo d'amore.

È un tentativo di inserirsi in una tradizione, di comprendere il passato e le sue ragioni, e solo così attuare un rinnovamento poetico e poter raccontare lo spirito del tempo che scorre attraverso gli istanti che ci sono dati di vivere; dunque porre la creazione e la rappresentazione artistica come atto di testimonianza e memoria che partendo dal passato, inserita ed agendo in un presente che sfugge e solo diviene, possa avere una sua utilità anche nelle scelte future.

Quello di Zavattini non fu un tentativo rimasto isolato: infatti nel 1968 venne pubblicato un lavoro, collegato a quello di Luzzara, anche se forse meno famoso, su Napoli intitolato Napoli – Una città nei suoi personaggi, con i testi di Vittorio De Sica e le fotografie di Herbert List ma ideato da Cesare Zavattini. Infatti sempre tra le prime pagine di questo libro si può leggere “Vittorio De Sica e Herbert List ringraziano Cesare Zavattini ideatore di questo libro e proficuo consulente durante la sua redazione”2. Zavattini aveva dunque un’intenzione concreta di rappresentare gli altri luoghi italiani, e si stava muovendo per farlo.

Ciò attraverso cui, in questa occasione, si è voluto rappresentare la città di Napoli -avendo portato nelle sue strade fotografi, scrittori, cineasti e musicisti e avendo chiesto loro di restituire una visione d'artista della città- non è stato uno approccio neorealista dal punto di vista linguistico, ma dal punto di vista dello sguardo sul mondo da cui quella corrente artistica viene generata. Modalità di relazione già presente in tanta cultura americana, come in alcuni fotografi della Farm Security Administration per esempio, come Walker Evans, che si muovevano nel territorio americano durante gli anni della grande depressione. Le loro fotografie erano ben conosciute, ammirate e fonte d’ispirazione per uomini italiani come Giuseppe Pagano, Alberto Lattuada, Cesare Zavattini, Elio Vittorini, Paolo Monti: cioè, insieme ad altri, alcuni dei nomi più importanti della cultura italiana della fotografia, della letteratura, dell'architettura e del cinema.

Prima di continuare voglio precisare che faccio qui, in questa presentazione, maggiori riferimenti alla fotografia e all'immagine in generale, dal punto di vista storico e teorico; con la consapevolezza però dell’assenza della completezza filologica: sono esempi a supporto di una tesi, l’obiettivo non è la ricostruzione storico/temporale o antologica di accadimenti. La maggior presenza di riferimenti al mondo dell’immagine è solo un modo per accedere ad una discussione più ampia sul tema dell'arte, partendo da un terreno che padroneggio di più. Così come faccio maggiori confronti e paralleli con alcuni sviluppi della cultura americana o con determinati momenti storici: non significa che escludo altre tipologie di relazioni o vicendevoli influenze; è chiaro che si potrebbero fare tanti altri riferimenti a livello europeo ed oltre, e a temporalità delle più disparate. Ma ripeto: questo non è un trattato di storia né uno studio filologico omnicomprensivo; è la presentazione di qualcosa che è accaduto e ciò che l’ha mosso.

l mio, ma continuo a dire il “nostro”, è un progetto che ha coinvolto più sfere espressive, artistiche. In un dialogo tra arti in cui nessuna viene ritenuta più importante di un'altra: la fotografia si pone come porta d'accesso a questo mondo, dato che come spiegherò più avanti gli stimoli e le ispirazioni per la strutturazione dell’idea, provengono da progetti passati che hanno visto la fotografia protagonista; e dato anche che il mondo di studi da cui provengo è proprio quello del cinema e della fotografia.

Posso così tornare al cuore della discussione.
Nel momento in cui si prende consapevolezza del “fallimento dell'azione dell'uomo”, esemplificato e dimostrato, nel passato, dalla grande depressione dovuta alla crisi economica degli anni trenta e dalle due guerre mondiali, dallo sguardo di questi artisti americani e italiani, nasce un’immagine che ha al centro della rappresentazione non esclusivamente il rapporto di causa ed effetto dell'azione ma la necessità di riflessione, di contemplazione, tempo e attenzione; come afferma Gianni Celati nel suo saggio La veduta frontale. Antonioni, L'avventura e l'attesa, [...] non esiste nessuna immagine che si chiuda in sé, nella propria oggettività realistica; dietro ogni immagine ce n'è un altra, che a sua volta si collega ad altre già viste; e ciò che forse determina la loro durata d'effetto è la permanenza di una loro riconoscibilità, in cui si concentrano ere di figurazioni immaginative.3 Un po' come il concetto di costellazioni di significati di cui parlava Luigi Ghirri. E' un tipo di immagine che, come ricorda lo stesso Celati, Gilles Deleuze chiamava Immagine-Tempo. Si tratta della creazione di un immaginario che parta dal rispetto del reale (inteso come esperienza personale del dramma della storia) da cui però possono nascere anche ardite sperimentazioni linguistico-poetiche.

Gli anni settanta e ottanta hanno visto nascere una generazione di autori eredi di questi approcci, di questi aspetti della cultura americana e italiana. Infatti continua la collaborazione tra letterati e fotografi: in progetti come Viaggio in Italia del 1984 organizzato ed ideato non a caso da Luigi Ghirri (co-curato poi con Gianni Leone ed Enzo Velati), per il quale hanno scritto Carlo Arturo Quintavalle e Gianni Celati e che vede la partecipazione di giovani ed importanti fotografi: lo stesso Ghirri, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Guido Guidi, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claude Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura e Cuchi White. Due anni dopo nel 1986 ci fu la mostra Esplorazioni sulla via Emilia, che vide addirittura Fotografia, Letteratura, Pittura, Cinema e Musica dialogare tra di loro. A questo progetto parteciparono alcuni fotografi già presenti in Viaggio in Italia, e fu pubblicato in due volumi Vedute nel Paesaggio e Scritture nel Paesaggio, uno per le immagini ed uno per i testi scritti da Italo Calvino, Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Corrado Costa, Daniele Del Giudice, Antonio Faeti, Tonino Guerra, Giorgio Messori, Giulia Niccolai, Beppe Sebaste, Antonio Tabucchi; ed in più un'antologia di resoconti di viaggi dal XVI secolo agli anni ottanta.

Ci sono tanti altri progetti sviluppati e nati durante gli anni ottanta, che si pongono mezzo di analisi documentaria ed artistica del paesaggio e della società italiana; non posso in questa sede elencarli tutti, ma ricordo ancora Archivio dello Spazio, progetto iniziato nel 1987 a cura di Achille Sacconi e Roberta Valtorta, che ha visto i grandi protagonisti della fotografia italiana muoversi per dieci anni nel territorio della provincia di Milano. Attraverso queste varie iniziative la fotografia, talvolta, come dicevo, si è accostata ad altre forme espressive: Gianni Celati ha prodotto anche dei documentari filmici ispirati all’immaginario di Luigi Ghirri e a volte con il fotografo presente, ambientati in Emilia Romagna, Strada provinciale delle anime, Il Mondo di Luigi Ghirri, Case sparse – Visioni di case che crollano; oppure ci sono fotografi che instaurano rapporti che durano per anni con altri autori, come nel caso di Giovanni Chiaramonte che tra i tanti poeti con cui ha collaborato, mantiene ancora oggi un prolifico rapporto artistico con il poeta Umberto Fiori, producendo insieme libri di notevole valore artistico e culturale.

nfine, e non è un caso che io l'abbia lasciato per ultimo, va citato un grande progetto che forse è stato quello principalmente generatore e ispiratore della mia intenzione di provare a restituire con rispetto lo spirito di una città come Napoli. Sto parlando delle varie mostre e libri curati da Cesare De Seta nei primi cinque anni degli anni ottanta. Napoli è stata dal 1981 al 1985, il paesaggio urbano dove si sono alternati alcuni dei grandi artisti della fotografia italiana e internazionale, che successivamente avrebbero partecipato agli altri progetti sopra citati.

Queste importanti iniziative contengono, ideologicamente, culturalmente e concettualmente, alcuni punti di partenza ed interrogativi che sono ancora oggi necessari e che si vorrebbero reificare (termine che uso in questa sede con un senso di concretizzazione, attualizzazione e rinnovamento) nella contemporaneità. In Napoli '81 – Sette fotografi per una nuova immagine De Seta si chiede “Quanto di Napoli, della sua realtà, vi è oggi nella sua immagine? E' possibile demolire le escrescenze folcloristiche, pseudosociologiche che la opprimono; e mondarla, recuperarne le componenti ancora ben vive per le quali poche città sono state così amate e ammirate lungo i secoli? […] Quali, in generale, i rapporti tra l'immaginario e il reale? E ancora: l’esistenza di uno iato tra realtà e conoscenza non rischia, quando il “convenuto dato reale è Napoli”, la totale perdita del contatto?”4Non mi sorprende dunque trovare più avanti, nello stesso testo, parlando di un'immagine di Mario Cresci e la sua analitica attitudine antropologica, le parole “[...]neorealistica evidenza[...]”5.

Il mio (e ripeto il “nostro”) è un tentativo di andare in direzione “ostinata e contraria” rispetto ai flussi di migrazione che allontanano dalla città risorse, persone, menti e cuori; nell'introduzione di Napoli '83 – Napoli d'inverno, ancora De Seta, facendo un elenco di nomi importanti, scrive: “Il sottosviluppo si paga anche, e soprattutto, in termini di energie perdute, fuggite, per trovare altrove terreni più fertili ove far prosperare le piante dell'intelligenza, della creatività, dell'iniziativa, del talento. Se molti partirono per l'ansia di evadere e di scoprire un altro mondo, come capita forse in tutte le città, altri partirono perché altrove potevano sperare di fare quel che volevano.6 Vorrei rivedere Napoli come terreno fertile. 
Per me che sono Napoletano, che ho vissuto a Milano per molti anni, che vivo quotidianamente la dimensione del viaggio, dell’allontanamento dalla casa e che continuo a sentirmi nella proiezione di me nel mondo, questa tensione è quanto mai presente sulla pelle e nel cuore, per me partito tra la voglia di scoperta e la speranza di realizzazione del mio volere. Più avanti De Seta continua parlando di Caio Garrubba e scrive “[...] come ogni vero napoletano ha la sua patria d'origine e una patria elettiva: Napoli e la Cina sono le sue patrie; Napoli e la Spagna sono le patrie di Francesco Rosi; Napoli e le Ande sono le patrie di Ruggiero Romano e potrei continuare per testimoniare come ogni napoletano è alla fin dei conti un legionario dello spirito.7
Così come, tornando più strettamente alle ragioni di questo pensiero e progetto, utili le parole di Giuseppe Castaldo, l'allora Commissario dell'Azienda Autonoma di Soggiorno, Cura e Turismo, nella presentazione di Napoli '85 – Cartoline da Napoli: “Ebbene, io credo che l'orientamento ormai consolidato degli strumenti di informazione, locali e regionali, […] giochi uno specifico ruolo negativo nei riguardi dell'immagine di Napoli e che la fotografia ne sia in larga misura condizionata per una sua naturale dipendenza dai mezzi di informazione come proprio prevalente supporto. […] non deve venirci meno in ogni caso la speranza di poter cooperare con ogni mezzo al miglioramento reale della città prima ancora che al tramonto degli stereotipi che intorno ad essa si sono così fittamente accumulati.”8

Queste citazioni tratte dalle varie edizioni delle campagne artistiche su Napoli, fanno comprendere bene l'inquadramento di tali progetti: punto di partenza che ritengo quanto mai attuale, sono quesiti e problematiche che si possono porre ancora oggi. Nello specifico in tutta questa eredità culturale e artistica in cui ci si pone e che in parte sopra ho citato (ed è proprio per questo che mi è dato di pensare ed immaginare tale visione), partendo dalle varie iniziative di De Seta (che tra le tante nel 1983 produsse anche un volume su Capri con i suoi testi e le immagini di Luigi Ghirri e Mimmo Jodice), qui il tentativo è stato di creare un progetto di sintesi tra le varie modalità di approccio della rappresentazione del paesaggio e del sociale italiani, realizzatesi nei decenni passati, e quindi restituire un’immagine, una rappresentazione di Napoli che si muova tra Fotografia, Letteratura, Cinema e Musica.

Come si può ben capire, ci si inserisce in una tradizione ben precisa, riconoscendo dei maestri e quindi dei padri. Si evitano ed si escludono alcune delle caratteristiche che mi sembra di individuare in parte dell'arte contemporanea: come appunto un certo spirito che porta a porsi al di là o contro ogni genealogia; ma non solo, credo anche fondamentale invece, tra coloro che vivono uno stesso tempo, creare collaborazione e comunione, superare il pensiero della competitività come unica strada e un certo spirito personalistico; si recupera uno spirito collettivo di azione concreta e fratellanza, contro una visione di un'artista solitario che tanto è di moda soprattutto grazie alle nuove innovazioni tecnologiche che permettono di controllare in maniera sufficiente tutte le varie fasi produttive da una sola persona; credo in una necessaria dimensione dialogica; attenzione che non sto affermando che non serva la solitudine, anzi, parlo d'altro, della concezione che un uomo basti a se stesso; credo nella collaborazione, come strada più efficace per cambiare le cose, cambiarle con la propria arte che assume così un valore sociale e concreto incredibile e potente; ne deriva la consapevolezza della necessità dello studio e della riflessione, superando l’infertile e frivola concezione di una creazione che avviene solo attraverso pura istintualità e rapacità rispetto al reale (per evitare fraintendimenti sottolineo che così scrivendo non sto affermando che l'aspetto istintivo e di pura azione di un artista non sia importante, lo è e come, ma solo se inserito o associato in un contesto che appartiene alla sfera apparentemente opposta ma inconsciamente collegata, della consapevolezza di se stessi, del pensiero e di una sacra emotività: elementi che si manifestano in forme di apertura, curiosità, dubbio, tolleranza, umiltà); questo progetto vuole anche esulare dalle sterili contemporanee polemiche, infertili soprattutto nel modo con cui vengono condotte, sul rapporto tra digitale e analogico, sul questione che la fotografia possa essere o no ritenuta arte o altre questioni che distraggono da altre riflessioni necessarie: discussioni che imperversano e vanno per la maggiore in un panorama di conferenze e convegni sparsi, e che così facendo non manifestano alcuna intenzione di innovazione o di rispettosa analisi dello spirito del tempo. Mi sembra talvolta che alcuni critici, storici o suddetti pensatori ed intellettuali siano rimasti ancora agli anni in cui la fotografia come mezzo tecnico fu scoperta; forse gli antichi colleghi di quegli anni erano addirittura già più avanti di loro. Ecco perché comprendo Cesare De Seta quando in Napoli '84 – Fasti Barocchi scrive “La querelle bianco e nero-colore (evidentemente discussione del momento) non c'è mai parso un argomento critico, né tanto meno storico.”9 Lo cito anche se in realtà ne parla riguardo al fatto che, per lui, la scelta del colore nel caso di Manfred Willmann e delle sue immagini di Napoli di per sé non dice niente. Tenendo a precisare però che, al di là del caso del singolo fotografo austriaco, io credo che le scelte tecnico-linguistiche sono influenti sulla significanza e sulla poetica delle immagini e dei loro autori.
Così facendo si prende un'altra direzione rispetto a tutte quelle istituzioni che si muovono in questo campo, che con le loro iniziative e decisioni enfatizzano quelle caratteristiche, mortifere rispetto all'arte, del contemporaneo e che hanno il guadagno economico come primo e talvolta unico obiettivo del loro agire.

Ed è proprio partendo da questo distacco e senso di rinnovamento e nuova luce rispetto ad alcune caratteristiche del contemporaneo, che credo in uno Sguardo attraverso Napoli, dove la parola Sguardo richiama proprio i concetti di guardia, salvaguardia, riguardo: un atto di attenzione, riflessione, contemplazione, amore. Mi pare che proprio attraverso il riconoscere dei padri e dei maestri, quindi con questo legame con il passato, senza però rimanerne bloccati, ancorati, affossati, si possa comprendere anche il presente nel suo scorrere, ed agire per quel cambiamento proiettato al futuro che tanto si anela; ma solo in una reificazione (intesa sempre come una concretizzazione e un atto di rinnovamento) dello sguardo in linguaggi e poetiche contemporanee che seguano, rispecchino e riflettano lo spirito del tempo.

Credo che “l'immagine”, e più in generale l'arte, sia una necessità. Non è e non deve essere un vezzo intellettualoide declinato da mode e senso di distacco dal reale (non sto mettendo in discussione forme linguistiche sperimentali, astratte, surreali e chi voglia aggiungere terminologie è libero di farlo, mi riferisco come all'inizio all'approccio e allo sguardo generatore dell'arte). Il suo ruolo sociale, la sua pertinenza nella vita di tutti i giorni è quanto mai necessaria, imprescindibile: il suo riflettere sul tempo e sullo spazio che ci è dato di vivere, collegare ere, riportare al presente, atto di memoria che nel suo reificarsi nella contemporaneità fornisce il necessario per edificare istanti che devono ancora scorrere tra le pieghe del tempo e contemporaneamente davanti ai nostri occhi ma anche dentro di noi, così resa universale ed esemplare, dialogando con la morte e con la vita, mentre i nostri corpi scompaiono, lei rimane e continua ad illuminare il mondo, evitando la nostra cecità. 
Così estetica ed etica si uniscono in un caloroso, fertile abbraccio, in cui una è capace di generare l'altra. Anche in questo, il filo rosso che collega me e tutto il gruppo di autori qui raccolti, a tutta la generazione di artisti, che affermatisi tra gli anni settanta e ottanta colgono l'eredità dei vari maestri americani e italiani (e non solo), è ben visibile.
A tal proposito ecco cosa afferma Luigi Ghirri, ed ecco in che senso si vuole riproporre questo lavoro su Napoli: “Perché io credo che (è una teoria molto personale) dietro ai disastri dell'ambiente, a parte i meccanismi insiti in un determinato tipo di sviluppo, vi sia una disaffezione – chiamiamola disaffezione – che l'uomo ha sviluppato nei confronti del suo ambiente negli ultimi 30 o 40 anni, alla quale ha corrisposto una fondamentale incapacità di relazionarsi con l'ambiente attraverso la rappresentazione. Quindi il recupero della rappresentazione visiva, oltre alla parola o all'informazione «tecnica», come strumento di relazione con il mondo, di rapporto con l'ambiente, può avere un grande peso culturale e una grande efficacia. Questa è una delle ragioni che alcuni anni fa mi hanno spinto a organizzare una grande mostra di fotografia italiana, che comprendeva il lavoro di una ventina di fotografi, ironicamente intitolata Viaggio in Italia. Voleva sottolineare la necessità non tanto di riappropriarsi dell'ambiente, ma di relazionarsi di nuovo con l'ambiente nel suo insieme. […] Quello che abbiamo intorno non viene mai rappresentato. Questa negazione dello spazio in cui viviamo credo sia un dato storicamente molto significativo: all'incapacità di rapportarci con lo spazio, con l'ambiente, corrisponde un'assenza di rappresentazione. Da questo deriva, probabilmente, una progressiva disattenzione, e in qualche misura un atteggiamento di incuria nei confronti delle problematiche ambientali, ecologiche. In questo senso la fotografia può costituire uno strumento fondamentale, che permette di recuperare un rapporto più diretto con l'ambiente, consentendo un'apertura di maggiore complessità, permettendo scoperte non solo di bellezza ma anche di valori di altro segno.”10

Tutti questi concetti erano stati già ben compresi da alcuni grandi maestri della fotografia americana, come Strand, Stieglitz, Steichen, Walker Evans; ma anche dai più recenti Richard Misrach, Joel Meyerowitz, Joel Sternfeld, Robert Adams e tanti altri, che nel loro relazionarsi con le città, con la società e i luoghi americani avevano ben capito che talvolta la percezione dello spazio in cui si abita, dei luoghi che si vivono, della città in cui ci si muove, avviene prima attraverso l'immagine che si forma di essa e che entra a far parte di quella realtà che rappresenta, che dalla percezione primaria dell'architettura della città.
Ancora una volta il rapporto tra estetica ed etica è strettissimo: ecco che si ribadisce la necessità dell'immagine, forma di luce nella società dei consumi che impone visioni altre, o meglio forme di cecità.
Scrive Celati collegandosi inevitabilmente a tutto questo contesto culturale: “Forse il problema di fondo è che noi non crediamo più veramente al mondo esterno, crediamo solo a un'immagine di noi stessi da proiettare in base all'estetica spettacolare dei consumi.”11
Allora mi viene in mente Pasolini quando in La Forma della Città, e come ha ripetuto e ribadito più volte, afferma che il nuovo, vero e più forte fascismo è proprio quello della società dei consumi.

La fotografia e l'arte dunque come forma d'amore. Scrive Robert Adams: “Fondamentalmente, l'arte è il tentativo, nato da un’amorosa attenzione al mondo, di trovare una metafora capace di redimerlo.”12
Non può non venirmi in mente allora Ghirri per il quale la fotografia è il mondo che guarda il mondo, il luogo dell'attenzione infinita. Non possono non venirmi in mente gli ultimi versi (e uso la parola versi volutamente, quando avrei potuto scrivere, “ultimo paragrafo”, “ultime parole”, “ultime frasi”) de Le città invisibili di Italo Calvino: “ - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se c'è ne uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”13

Questo per me è l'arte. Questo per me il suo compito.
Tutto questo è quello che si è cercato di portare a Napoli.

Nella bellezza, nell'ironia, nell'acutezza e nel dramma di Calvino, che mi salva dallo sprofondamento nei mari davanti alla montagna bruna dinanzi alla quale Ulisse nei versi di Dante affonda, tornano parole e concetti come, attenzione, apprendimento, spazio, tempo.

Tutto questo potrebbe essere una prima tappa, di tanti altri progetti che, con la speranza che risiedeva anche nelle intenzioni di Zavattini in Un Paese, portino questo sguardo (o anche questi sguardi) in altri luoghi italiani e non solo; progetti che lascino che la luce dell'occhio e dello sguardo dell'uomo si posi anche su altre terre, su altri volti.

È un grande progetto, ambizioso e di forte impatto; ma altrettanto necessario.

Necessario come l'amore che lo guida.
 

Marcello De Masi

 
 
  1. Cesare Zavattini, Paul Strand, Un Paese, Einaudi, Torino, 1955
     
  2. Vittorio De Sica, Herbert List, Napoli – una città nei suoi personaggi, Rizzoli Editore, Milano, 1968
     
  3. In Documentari imprevedibili come i sogni, a cura di Nunzia Palmieri, dal saggio di Gianni Celati La veduta frontale. Antonioni, L'avventura e l'attesa, Fandango Libri, Roma, 2011
     
  4. A cura di Cesare De Seta, Napoli '81 – Sette fotografi per una nuova immagine, Electa Editrice, Milano, 1981
     
  5. Ibidem
     
  6. A cura di cesare De Seta, Napoli '81 – Napoli d'inverno, Electa Editrice, Milano, 1983
     
  7. Ibidem
     
  8. A cura di Cesare De Seta, Napoli '85 – Cartoline da Napoli, Electa Napoli, 1986
     
  9. A cura di Cesare De Seta, Napoli '84 - Fasti Barocchi, Electa Napoli, 1984
     
  10. A cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, Luigi Ghirri – Lezioni di Fotografia, Quodlibet, Macerata, 2010
     
  11. In Documentari imprevedibili come i sogni, a cura di Nunzia Palmieri, dall'intervista di Sarah Hill a Gianni Celati Documentari imprevedibili come i sogni, Fandango Libri, Roma, 2011
     
  12. Robert Adams, Lungo i Fiumi, Itaca – Ultreya, Milano, 2008
     
  13. Italo Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori, Cles (TN), 2011
 
 
 

Note al dossier

In un primo momento il progetto aveva un titolo lievemente diverso: Napoli 2015 – Nuova Luce.
L’aggiunta dell’anno 2015 era proprio in visione del legame con il passato e con i progetti a cui si ispira, poiché la capacità di portare valore e significanza dell’iniziativa, è relativa ai cambiamenti che sono avvenuti nella città e nell'arte in tutti questi anni. Il riferimento era una ricorrenza: 30 anni dall'ultimo Napoli '85 – Cartoline da Napoli di Cesare De Seta.

Sempre nell'intenzione di creare un legame con i maestri e con il passato, ma con la necessità di rinnovamento, l'idea è stata quella di creare un comitato scientifico. Comitato scientifico formato da personaggi che hanno più o meno avuto a che fare con tutto ciò che è scritto nel Dossier e con la grande avventura dell'arte italiana applicata in questo campo; così sono stati coinvolti i seguenti personaggi che, apprezzandolo, hanno aderito al progetto: Cesare De Seta, Storico dell’Architettura e Curatore dei progetti napoletani degli anni ottanta; Giovanni Chiaramonte come Artista che aveva partecipato all'esperienza napoletana, che ha avuto forti legami con tutti gli altri progetti a cui mi ispiro, nonché con Luigi Ghirri, e che da sempre porta avanti anche la sua attività di editore ed uomo di pensiero prolifico e fertile nella fotografia; Maurizio Gemma, Direttore della Film Commission Campania; Gianni Canova, Professore ordinario di Storia del Cinema, Preside della Facoltà di Comunicazione, Relazioni pubbliche e Pubblicità dell'università IULM di Milano, Critico cinematografico, Scrittore, Curatore di molte mostre tra le quali ricordo Le città invisibili, tratto dall'omonimo libro di Calvino, avvenuta alla Triennale di Milano dal 5 Novembre 2002 al 9 Marzo 2003.

Si sarebbe potuto prendere in considerazione l'idea di coinvolgere anche la figura di un compositore/musicista che avesse completato la copertura ideale delle varie forme espressive-artistiche; così come coinvolgere delle figure anche se non nel comitato scientifico ma attraverso loro interventi in un secondo momento, come Gianni Celati e Arturo Carlo Quintavalle, due protagonisti dell'arte italiana della seconda metà del novecento, pienamente inseriti in questo spirito, fautori e creatori di alcuni dei più importanti progetti degli scorsi decenni.
Così come preziosi e già pronti a dare il proprio contributo sono stati l’Architetto e Professor Matteo Cassani Simonetti e la Curatrice e Critica d’Arte Maria Chiara Cardini.

Rispetto a tutto quello che si sarebbe potuto fare, ad oggi le risorse, le energie ed il tempo ci hanno permesso di arrivare dove siamo. Forse in un futuro, il progetto continuerà a crescere.

Tra i vari aspetti che differiscono rispetto ai progetti degli anni ottanta, c'è stata la necessità di coinvolgere autori giovani di età compresa tra i 28 e i 40 anni circa, che però per motivi, storico, culturali, sociali, che non sto qui a spiegare per non dilungare di più il discorso già così abbastanza prolisso, non sono già autori famosi, affermati a tal punto come lo erano quei trentenni o quarantenni che negli anni ottanta si aggiravano per le strade di Napoli.

Il tentativo è stato quello di creare una nuova genealogia. In una sintesi di alcune delle grandi e fondamentali iniziative che nella storia dell'arte hanno visto il paesaggio italiano protagonista.